
Il rientro non avviene mai davvero in un giorno. Alcune persone tornano mentre altre sono ancora in ferie, attività rimaste in sospeso riemergono tutte insieme, nuove priorità si sommano a quelle già aperte. E i manager si trovano a ricomporre agenda, obiettivi, aspettative ed energie diverse.
È proprio in questa fase che si vede la tenuta di un team: non nella capacità di accelerare immediatamente, ma in quella di ritrovare un ritmo efficace senza trasformare la ripartenza in sovraccarico.
Settembre 2026: il rientro arriva in un momento particolare per le organizzazioni
Per molte grandi organizzazioni settembre apre una fase operativamente densa. Ripartono progetti e iniziative, si concentrano scadenze dell’ultimo trimestre, si verificano gli obiettivi dell’anno e contemporaneamente iniziano a prendere forma budget, priorità e piani per quello successivo.
Le persone rientrano quindi in un sistema che non è rimasto fermo ad aspettarle.
Ed è utile collegare questo momento a un cambiamento più ampio che sta interessando il mondo del lavoro europeo.
Proprio nel 2026 entra nel vivo la nuova campagna EU-OSHA Healthy Workplaces 2026–2028 – “Together for mental health at work”, dedicata alla prevenzione e gestione dei rischi psicosociali e alla costruzione di ambienti di lavoro più sani, inclusivi e sostenibili. Dal 19 al 24 ottobre 2026, inoltre, la European Week for Safety and Health at Work sarà dedicata proprio alla prevenzione dei rischi psicosociali.
Il tema, quindi, non riguarda semplicemente il benessere individuale.
Riguarda sempre più da vicino il modo in cui il lavoro viene organizzato, guidato e reso sostenibile nel tempo.
Prima dell’estate avevamo già osservato come carichi, assenze, confini digitali e recupero dell’energia rendano il benessere una questione organizzativa e non stagionale nel nostro approfondimento su estate, lavoro e benessere organizzativo.
Il rientro permette di fare un passo ulteriore: capire come ricostruire engagement e capacità operativa quando l’organizzazione torna progressivamente a pieno regime.

Engagement e resilienza: cosa ci dicono i dati
Il State of the Global Workplace 2026 di Gallup, basato sui dati raccolti nel 2025, fotografa una situazione che merita attenzione.
Solo il 20% dei lavoratori a livello globale risulta engaged. In Europa la quota scende al 12%. Ancora più interessante, per chi gestisce organizzazioni complesse, è l’andamento dei manager: il loro engagement globale è passato dal 31% del 2022 al 22% nel 2025.
Non è un dettaglio.
Il manager è spesso il punto nel quale convergono strategia aziendale, richieste operative e bisogni delle persone. Se proprio questo livello perde energia, chiarezza o capacità di ingaggio, il problema difficilmente rimane circoscritto al singolo ruolo.
Parallelamente, il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, costruito attraverso il confronto con oltre mille grandi datori di lavoro, colloca resilienza, flessibilità e agilità al secondo posto tra le competenze considerate core dalle organizzazioni, indicate dal 67% degli employer intervistati. Seguono, tra le competenze maggiormente valorizzate, leadership e influenza sociale, pensiero creativo, motivazione e consapevolezza di sé.
La resilienza, dunque, non è affatto una competenza marginale.
Ma c’è un punto importante: resilienza non può significare semplicemente diventare più bravi a sopportare carichi crescenti.
Prevenire il burnout non significa rendere le persone più resistenti a tutto
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il burnout come un fenomeno occupazionale derivante da stress cronico sul luogo di lavoro che non è stato gestito con successo, associato a esaurimento delle energie, crescente distanza mentale dal proprio lavoro e riduzione dell’efficacia professionale.
È una definizione utile perché sposta la prospettiva.
Se il problema nasce nell’interazione tra persona e contesto lavorativo, non può essere affrontato esclusivamente chiedendo alle persone di gestire meglio lo stress.
EU-OSHA collega i rischi psicosociali anche a fattori come carichi di lavoro eccessivi, richieste contrastanti, scarsa chiarezza del ruolo, poca partecipazione alle decisioni, cambiamenti organizzativi mal gestiti, comunicazione inefficace e insufficiente supporto da parte di manager o colleghi.
Anche le linee guida dell’OMS sulla salute mentale al lavoro affiancano agli interventi individuali due dimensioni fondamentali: interventi organizzativi e formazione dei manager.
Per questo il rientro offre alle organizzazioni una buona occasione per evitare una semplificazione frequente:
chiedere resilienza alle persone quando ciò che serve è aumentare la resilienza del sistema.

Dal “tutti operativi” alla risincronizzazione dei team
Una delle frizioni tipiche del rientro nasce dall’idea che, terminate le ferie, il sistema possa semplicemente essere riacceso.
Ma i team non sono macchine.
Le persone tornano in momenti diversi, con livelli differenti di continuità rispetto ai progetti, con informazioni da recuperare, priorità cambiate e talvolta aspettative che nel frattempo si sono accumulate.
La prima esigenza non è quindi necessariamente accelerare.
È risincronizzarsi.
Significa ristabilire una comprensione condivisa di ciò che oggi conta davvero, distinguere ciò che è urgente da ciò che è semplicemente tornato visibile, ricostruire i flussi di collaborazione e permettere ai team di recuperare il senso complessivo del proprio lavoro.
Non è rallentare la performance.
È creare le condizioni perché possa tornare stabile.
La motivazione non si riattiva con un messaggio di bentornato
Lo stesso vale per l’engagement.
Una campagna interna energica, un kickoff o un momento di team building possono avere valore. Ma difficilmente compensano un contesto nel quale priorità, autonomia, feedback, carichi e responsabilità rimangono poco chiari.
L’engagement non coincide semplicemente con l’entusiasmo.
Nasce anche dalla possibilità di comprendere il proprio contributo, avere obiettivi leggibili, ricevere feedback significativi, sentirsi parte delle decisioni che riguardano il proprio lavoro e percepire che lo sforzo richiesto è sostenibile.
Per questo, soprattutto nella fase di ripartenza, diventano decisive alcune condizioni.
Chiarezza prima della velocità
Quando molte attività ripartono contemporaneamente, la priorità diventa rendere visibile ciò che viene prima.
Un’organizzazione resiliente non chiede semplicemente alle persone di fare di più: riduce l’ambiguità su dove concentrare energie e attenzione.
Manager supportati, non soltanto responsabilizzati
Ai manager viene spesso chiesto di motivare, ascoltare, organizzare, accompagnare il cambiamento, gestire le performance e contemporaneamente raggiungere i propri obiettivi.
Il dato Gallup sull’engagement manageriale suggerisce che considerarli soltanto come moltiplicatori dell’engagement degli altri rischia di essere insufficiente.
Anche chi guida un team ha bisogno di strumenti, sviluppo e spazi di confronto.
Resilienza come capacità distribuita
Una persona resiliente in un sistema permanentemente sovraccarico rimane comunque esposta.
La resilienza organizzativa nasce invece dall’interazione tra competenze individuali, qualità delle relazioni, organizzazione del lavoro, capacità manageriale e possibilità del sistema di adattarsi agli imprevisti senza scaricarne continuamente il costo sulle persone.
Ascolto dei segnali prima dell’emergenza
Calo di partecipazione, difficoltà decisionali, irritabilità, riunioni sempre più lunghe, perdita di concentrazione o collaborazione più faticosa non significano automaticamente burnout.
Possono però essere segnali utili da leggere.
La prevenzione funziona meglio quando l’organizzazione sviluppa la capacità di osservare queste dinamiche prima che diventino esclusivamente problemi da gestire.

Il ruolo della formazione: costruire capacità, non aggiungere pressione
In questo scenario la formazione può svolgere un ruolo importante, purché non diventi un ulteriore compito da aggiungere a un’agenda già piena.
Non può correggere da sola carichi insostenibili, processi incoerenti o scelte organizzative.
Può però creare competenze e linguaggi condivisi.
Può aiutare le persone a riconoscere meglio le proprie reazioni allo stress e sviluppare strumenti di autoregolazione.
Può aiutare i manager a lavorare su feedback, delega, motivazione, gestione dei conflitti e dinamiche di team.
Può permettere all’organizzazione di trasformare concetti come resilienza, benessere ed engagement da principi astratti a comportamenti osservabili.
La questione non è quindi scegliere tra performance e benessere.
È sviluppare le capacità che permettono alla performance di reggere nel tempo.
Come lavoriamo su resilienza, engagement e capacità manageriale
In Piazza Copernico affrontiamo questi temi partendo da una logica di ecosistema formativo.
Non esiste un unico corso capace di “creare engagement” o prevenire da solo il burnout. Esistono invece competenze diverse che possono essere sviluppate e integrate in funzione delle caratteristiche dell’organizzazione, dei ruoli coinvolti e del momento che sta attraversando.
Sul piano individuale, il percorso Il professionista resiliente lavora su riconoscimento e gestione dello stress, cura di sé, equilibrio, mindfulness e consapevolezza.
Sul piano manageriale, il percorso Team Management affronta dimensioni come motivazione, purpose, feedback, delega, fiducia, gestione dei conflitti e responsabilità all’interno del gruppo.
A questo si affianca la formazione su People management e motivazione, utile per approfondire le dinamiche attraverso cui sostenere l’autoefficacia e la motivazione delle persone senza ridurre l’engagement a una semplice spinta motivazionale.
E quando il bisogno non riguarda un singolo percorso ma l’architettura complessiva dell’apprendimento, attraverso la nostra attività di consulenza per gli ecosistemi formativi aziendali lavoriamo con le Academy interne su cataloghi, percorsi blended, strumenti di monitoraggio, strategie di comunicazione e integrazione della formazione nella cultura organizzativa.
L’obiettivo non è aggiungere formazione.
È fare in modo che l’apprendimento sostenga concretamente il modo in cui persone e organizzazioni affrontano il lavoro.

Ripartire bene significa non consumare subito l’energia della ripartenza
Settembre viene spesso associato a una nuova partenza.
Nuovi obiettivi. Nuove attività. Nuove priorità.
Ma forse, per le organizzazioni, la domanda più utile è un’altra:
con quale equilibrio vogliamo affrontarle?
Un team resiliente non è un team che riesce a sopportare indefinitamente pressione e cambiamento.
È un team che sa adattarsi, collaborare, recuperare chiarezza e continuare ad agire anche quando il contesto cambia.
Un team engaged non è semplicemente più entusiasta.
È un team che comprende dove sta andando, riconosce il proprio contributo e dispone delle condizioni e delle competenze necessarie per partecipare davvero.
Il rientro dalle ferie può allora diventare qualcosa di più di un ritorno alla normalità.
Può essere il momento in cui osservare quale normalità vogliamo ricostruire.
Se questi temi sono oggi parte delle riflessioni della tua organizzazione, possiamo confrontarci su come trasformarli in percorsi di sviluppo coerenti con i vostri team, i vostri manager e il vostro contesto di lavoro.
Non per intervenire quando l’equilibrio si è già perso, ma per costruire insieme le condizioni perché possa reggere nel tempo.

